Bicentenario Scuola Ingegneria Napoli 1811 > 2011

età vicereale (1503-1734)

Gli ingegneri e le istituzioni

Il titolo di ingegnere compare nelle testimonianze della storia italiana sin dalla fine del Quattrocento, quasi sempre nella definizione di «architetto vulgo ingeniero»: in particolare, nel Mezzogiorno, la ritroviamo almeno fino alla prima metà del XVII secolo, allorché la figura del «Regio Ingegnere» andò consolidando la propria fisionomia e preminenza in ambito statale. Si capisce dunque come l’architetto fosse noto, ai più, solo in quanto ingegnere, ossia nell’unico caso in cui egli fosse investito della funzione di progettare e dirigere opere pubbliche. Si può dire che, secondo un uso protrattosi sino ai primi decenni del Novecento (e non solo), il nome o, quanto meno, il ruolo dell’architetto risultassero di fatto sconosciuti alla gente comune.

Così, pur in assenza di una seria distinzione tra le due figure e tra i curricula della loro formazione professionale, nel Mezzogiorno moderno cominciò a farsi strada la definizione di ingegnere quale tecnico che, maggiormente versato nella matematica e nelle scienze affini applicate, fosse in grado di svolgere i delicati incarichi, di competenza regia, relativi segnatamente alla costruzione e manutenzione di infrastrutture come strade, porti, ponti, canali, bonifiche, ecc.

I Regi Ingegneri, detti anche Camerali perché dipendenti dalla Regia Camera della Sommaria, a partire dal XVII secolo fino a tutto il Settecento svolsero tra gli altri compiti quello di controllo degli affari relativi al fisco e al regio demanio, compresa la manutenzione di castelli e torri: sin dall’inizio, dunque, andò assumendo importanza il ruolo dei tecnici militari, vista la sempre maggiore complessità delle opere di fortificazione e da campo.

 

Alla fine del Cinquecento gli ingegneri della Regia Corte erano sei, sotto la guida dell’Ingegnere Maggiore, cui spettava il compito di soprintendere a tutti i lavori finanziati dalla Corona nella capitale e nel regno. Quasi due secoli più tardi, nel 1757, essi saranno portati a venti unità e nel 1762 a ventidue. A seguito del dispaccio del 20 giugno 1759 sarà pure possibile conseguire la «Patente Reale» di Ingegnere Camerale al di fuori dell’organico, previo esame da sostenersi al cospetto di due ingegneri, due matematici e due avvocati fiscali togati del R. Patrimonio, ma senza aver diritto, per questo, ad alcuno stipendio, né all’esercizio della professione di architetto. Viceversa, molti «Ingegneri Architetti» non dotati di «Patente» si spacciavano per Regi Ingegneri, firmando addirittura progetti di opere pubbliche e riscuotendone i compensi senza averne titolo.

Agli «Ingegneri Architetti» - eccetto quelli direttamente chiamati dal sovrano a dirigere opere di pertinenza reale come, nel Settecento, i noti casi di Vanvitelli e Fuga sotto Carlo e Ferdinando di Borbone - restavano affidati compiti nella sfera privata o, su incarico specifico e senza un ruolo fisso, in ambito municipale o giudiziario. Si noti che nei documenti della Regia Camera della Sommari è citato, fino a tutto il Settecento, il «Ceto degli Ingegneri Architetti» in maniera indistinta rispetto a quello «degli Architetti Civili».

Un’altra figura che, a partire dalla seconda metà del Cinquecento, compare negli atti del Tribunale della Fortificazione, Acqua e Mattonata, è quella dell’Ingegnere di Città. In particolare, nel corso del XVIII secolo si registra la presenza, al servizio degli Eletti, degli ingegneri Giuseppe Lucchese, Alessandro Manni, Donato Gallarano, Antonio e Francesco Sciarretta, Corinto Ghetti, Luca e Bartolomeo Vecchione, Niccolò Carletti e Gaetano Barba, ma senza stipendio, essendo peraltro molti di essi già investiti della carica di Regi Ingegneri.

 

In realtà, i tecnici più noti nell’ambiente napoletano non furono, in età vicereale, né gli architetti né gli ingegneri, bensì i tavolari. Si tratta di una figura professionale particolarmente significativa per comprendere lo scenario dell’edilizia e dell’urbanistica vicereale: se ad essi, in un primo tempo, fu affidata da committenti pubblici e privati la stima immobiliare urbana (con la stesura delle relazioni estimative e delle cartografie allegate), il ruolo di questi funzionari, entrati ben presto nella pubblica amministrazione, divenne decisivo per le sorti della città, a causa della corruzione che si perpetrava, nei confronti di quelli meno onesti, da parte dei ceti privilegiati, aventi forti interessi in campo edilizio.

Per l’intero corso del Seicento e almeno fino alla seconda metà del secolo successivo, non essendo ancora determinate le competenze specifiche degli ingegneri idraulici e militari, e degli stessi cartografi, vennero affidate ai tavolari innumerevoli incombenze non specifiche della loro professione, mentre di pertinenza dei Regi Ingegneri e degli Architetti di Casa Reale restarono incarichi ben più limitati, sebbene prestigiosi, come le opere civili e militari di conto regio, ma anche le perizie necessarie per dirimere liti su suoli pubblici. Per questo, con l’avvento dei Borbone si sarebbe avvertita l’esigenza di riordinare il settore e, soprattutto, di limitare l’arricchimento fraudolento di quel ceto professionale: nel 1751 una Prammatica fissò la dipendenza del Collegio dei Tavolari dal Sacro Regio Consiglio e non più dal Tribunale di San Lorenzo, cui erano affidati pure i delicati compiti riguardanti la concessione delle licenze edilizie e dell’occupazione anche temporanea del suolo pubblico attraverso il Regio Portolano. Fino ad allora gli Eletti di Città ebbero il compito di nominare - per ammissione diretta - un Primario e nove Tavolari: dopo il 23 agosto 1757 si stabilì che al Collegio si potesse accedere solo a seguito di un esame da sostenersi, alla presenza di un magistrato, due giureconsulti e due agrimensori, su argomenti di matematica, scienze civili e meccaniche.

Ancora in un documento del 1806 si dirà: «La classe degli architetti divisa in Ingegneri Tavolari o del Consiglio; in Camerali, o della Camera della Sommaria, ed in semplici Architetti costituisce una classe, ed un numero non indifferente male assortito e peggio distribuito. I soli tavolari erano sottoposti all’esame ridotto ad una pura ed invecchiata formalità. Questa classe generalmente opera a proprio vantaggio, non sempre coi principj e colla conoscenza estesa delle scienze esatte; ma con un metodo della più ordinaria correttiglia, o sia costumanza, che il padre ha lasciato al figlio. Subito che un giovine si destina a questa ben lucrosa procura di guadagnare prima di essere perfettamente iniziato nelle facoltà della professione, così rimane e abandona lo studio contentandosi di una mera e triviale pratica». E infatti, fino a tutto il Settecento, si moltiplicheranno le istanze di assunzione al ruolo di Regio Ingegnere o di Architetto di Casa Reale, formulate sulla discutibile base dell’esistenza di più anziani familiari già occupanti quel posto; in più, stante la mancanza di moderne istituzioni in materia di formazione dei tecnici e di gestione delle opere pubbliche in ambito civile, in molti casi queste venivano affidate ad ingegneri militari non sempre all’altezza del compito.

All’interno della stessa «classe degli architetti», da un lato i tavolari, specie nel corso del Seicento, si rivolsero più volte al re per protestare contro gli abusi dei Tribunali, che affidavano ad altri periti incarichi di loro pertinenza, dall’altro i «Regi Ingegneri e Architetti» dovettero spesso ricorrere alla Regia Camera della Sommaria per tutelare i propri interessi e definire il proprio ruolo: essi ritenevano giustamente di trovarsi a un livello superiore rispetto ai primi, essendo ben più versati nelle discipline matematiche e spettando loro di esaminare i candidati alla carica di tavolari, di cui erano considerati maestri; inoltre, per il fatto stesso di essere funzionari regi e non di città, gli ingegneri rivendicavano la direzione delle principali opere del viceregno, ben più cospicue di quelle cittadine. A maggior ragione, qualsiasi perizia o apprezzo fatti da un «Regio Ingegnere o Architetto» dovevano avere valore legale ed essere quanto meno parificati a quelli eseguiti dai tavolari.

In una «supplica» presentata dagli ingegneri della Regia Corte nel 1628 al viceré conte di Monterey, se da un lato trova conferma l’avviato processo di distinzione dei ruoli di ingegnere e architetto, attribuendosi ai professionisti al servizio della Corona la definizione di «Architetti pagati da Sua Maestà per suoi ingegneri in questo Regno», dall’altro si definisce in generale l’architetto un tecnico più esperto del tavolario nella «valuta di un edificio, poiché egli prima se lo figura nell’idea, poi lo pone in disegno, ed al fine lo mette in opera...L’Architetto, oltre diverse arti liberali, ha da sapere decidere dette differenze», ossia le questioni estimative, come affermava «il Principe degli Architetti Vitruvio nel primo libro al capitolo primo».

 

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